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L’apicectomia e l’otturazione retrograda

Quando, anche dopo un trattamento o un ritrattamento correttamente eseguiti, la lesione ossea (il cosiddetto “granuloma”) di origine endodontica non guarisce, oppure quando la sintomatologia dolorosa regredisce ma non scompare interamente, permanendo una sensibilità alla pressione (ad es. durante la masticazione) o spontanea, si aprono due nuove possibilità. La prima e la più grave, perché porta inevitabilmente alla perdita del dente, è la presenza di una frattura della radice, evento molto difficilmente diagnosticabile sino a quando non si evidenziano alcuni segni clinici particolari che compaiono però solo in una fase molto tardiva. L’altra possibilità è quella della permanenza di un incompleto sigillo di tutti forami apicali presenti.

Queste piccolissime “porte di entrata” permettono ai batteri di colonizzare l’ambiente, infettandolo, e di alimentare un’area di infiammazione locale. La soluzione, in questo caso è rappresentata da un piccolo intervento chirurgico che ha come scopo di eliminare l’apice della radice interessata (apicectomia) e di sigillare il canale così esposto (otturazione retrograda). Questo tipo di intervento viene oggi eseguito con l’ausilio di sistemi di ingrandimento ottici, fino al microscopio operatorio, che permettono di essere veramente poco invasivi.

A distanza di una settimana i punti vengono rimossi, mentre a distanza di tempo (3, 6, 12, 24 mesi) verranno eseguite delle radiografie locali per controllare l’avvenuta guarigione.

PERFORAZIONI RADICOLARI

Un discorso a parte merita la chiusura delle perforazioni radicolari che possono essere un residuato di aree di riassorbimento spontaneo della parete radicolare o di terapie endodontiche vecchie e/o incongrue. Questa terapia si è radicalmente modificata negli ultimi anni per l’avvento di nuovi materiali e nuove tecniche.

Sino a qualche anno fa, infatti una perforazione portava quasi inevitabilmente alla perdita del dente interessato, in quanto i materiali disponibili non erano caratterizzati da quella biocompatibilità necessaria a garantire il successo in aree così delicate della radice.